Il successo nel costruire relazioni dipende in gran parte dall’abilità di padroneggiare l’arte di accomiatarsi.

L’etimologia di commiato rivela l’idea di transito, di passaggio da un luogo ad un altro. Ci si può allontanare in molti modi dal luogo in cui ci si è trattenuti, per esempio in modo teatrale e definitivo sbattendo la porta. Oppure uno può svignarsela senza nemmeno farsi notare. Il commiato è il rituale consapevole con cui si prepara, si annuncia e si attua la partenza dopo essersi trattenuti in un luogo con persone che ne hanno fatto parte.

Il rituale del commiato implica una preparazione interiore: chi ha fatto parte di questo luogo o di questa tappa? Chi ricorderò e perché? Cosa voglio comunicare ad ognuno individualmente?

Il commiato si annuncia in modo che chi ne sarà testimone ne sia consapevole e possa a sua volta prepararsi, esprimere curiosità per la nostra prossima tappa o condividere un pensiero.

Quando si saluta partendo si integra ciò che è stato in quello che sarà. Salutare, che etimologicamente indica augurare salute, è apprezzare chi ha fatto parte del nostro viaggio come una tessera di mosaico unica e insostituibile.

L’arte di accomiatarsi è l’arte di conferire alle tappe della vita (interpersonale, professionale) un senso di chiusura ed è il rituale che accompagna l’ultima volta in cui ci si incontra in un certo contesto o ruolo.

È importante che il commiato sia conciso ma caloroso e individuale. È un gesto che valorizza un incontro, rafforza un legame e infonde umanità alle relazioni.

Si discute molto sull’opportunità e le modalità di inclusione diretta di minori nella mediazione: Perché è necessario che i minori siano ascoltati anche in sede di mediazione quando magari sono già stati ascoltati dal giudice o dall’avvocato del bambino? Che informazioni si possono ottenere con la consultazione diretta che invece non si possono ottenere utilizzando tecniche indirette come la child focused mediation?

 

La consultazione diretta di minori deve essere intesa innanzitutto come raccolta di informazioni su come il bambino sta vivendo la situazione di separazione, dal suo punto di vista e con le sue parole. La conoscenza dello stato d’animo del bambino rappresenta un punto chiave per i genitori per compiere una scelta informata. In situazioni di grave conflittualità queste informazioni potrebbero non essere accessibili ai genitori.

 

È importante chiarificare che una consultazione diretta non rappresenta la promessa che i desideri espressi vengano trasportati ai genitori e realizzati, infatti la conversazione non verte sui desideri ma piuttosto sull’esperienza del vissuto e aiuta i minori interessati a sentirsi rispettati, ascoltati e tenuti in considerazione in un momento di forte stress emotivo. Certo, nel contesto della consultazione i figli possono esternare le loro preferenze ma le decisioni vengono prese dai genitori.

 

La prospettiva di una consultazione diretta coi figli da parte del mediatore può creare incertezze e paure nei genitori ed è importante sottolineare che il principio di confidenzialità vale anche in questo tipo di incontri: il mediatore riferirà ai genitori solo quello che il minore ha acconsentito a condividere (a meno che non vengano rivelate circostanze che compromettono la sua incolumità, nel qual caso è necessario informare le autorità competenti).

 

Ciò non significa che il mediatore diventa depositario di segreti non accessibili ai genitori, significa mettere in luce per i genitori un aspetto dell’esperienza dei figli che questi percepiscono come trascurato. Inoltre, dal punto di vista del minore, il mediatore può essere quell’adulto che magicamente riesce a riunire i genitori e farli di nuovo parlare (non gridare!) insieme.

 

Sono molti i punti che giocano a favore della consultazione diretta dei minori nella mediazione. Allo stesso tempo è legittimo chiedersi fino a che punto sia opportuno includere bambini molto piccoli (3-7 anni) e dove il pericolo di ri-traumatizzare un bambino non sia più tangibile della possibile utilità delle informazioni raccolte.

 

Personalmente sono a favore dell’inclusione di minori nella mediazione a partire dai 12 anni e affidare la consultazione diretta di bambini più piccoli a professionisti con esperienza clinica.

Già a fine novembre, quando le giornate d’autunno si fanno più corte, si iniziano a tirare le somme dell’anno che sta per terminare e durante il quale, anche stavolta, non siamo riusciti a iscriverci a quel corso, riordinare quell’armadio o andare in palestra regolarmente.

La fine di ogni anno marca un traguardo, che sorpasseremo a dispetto dei nostri obiettivi disattesi salutando con una certa euforia l’inizio di un nuovo anno che porta con sé la promessa di rinnovamento e rivincita – contro la nostra fiacchezza.
E di nuovo verso metà gennaio arriva puntuale il disincanto: abbiamo già investito in creatività inventando pretesti per procrastinare l’inizio della messa in pratica dei buoni propositi, rinunciando a realizzare la versione di noi stessi che ci eravamo prefissati di raggiungere.
Come si mette in moto un anno nuovo? Come si passa dal proposito all’azione? Come si creano obiettivi appetibili e praticabili?
Quest’anno, invece di porti degli obiettivi, ti invito a porti dei quesiti:
1) Dove ho speso tempo ed energie?
Passa in rassegna l’anno appena trascorso e fai mente locale: Le attività con cui hai speso la maggior parte del tuo tempo riflettono ciò che è importante per te? Spesso si investono ore preziose in distrazioni che offrono gratificazione immediata ma che ci distolgono da imprese più gratificanti, anche se più laboriose. Fai ordine, scrivi quali progetti abbandonerai e assapora il tempo guadagnato (senza spaventarti e provare l’impulso di riempirlo istantaneamente!).
2) Cosa ho creato?
Questo è un passo importante! Valuta progetti e attività che hai portato a termine o che continuano a evolvere, contempla le tappe che hai raggiunto e apprezza ciò che ti è riuscito bene. Sii riconoscente per aver creato valore in ambiti che hanno valore per te, in questo modo riuscirai a porti obiettivi che ti nutrono autenticamente e ti fanno sentire utile e ispirato.
3) Quali talenti voglio sviluppare?
Nel momento in cui stabilisci cosa ha valore per te puoi scoprire come mettere uno dei tuoi talenti a servizio di un obiettivo superiore. Quale delle cose che sai fare sarà più utile nell’ambito che ti interessa? Sii selettivo! In questo modo potrai provare la doppia gratificazione di aver contribuito ad imprese di cui ti importa realmente – e allo stesso tempo di aver affinato le tue capacità.
Puoi realizzare gli obiettivi che ti sei preposto quando smetti di spezzettare il tempo a tua disposizione in attività a basso livello di coinvolgimento per il puro piacere di averle spuntate dalla “lista di cose da fare” ed inizi a creare sacche di tempo abbastanza spaziose da contenere nuove e gratificanti abitudini.
Ti invito a provare e ti auguro buon anno!

Si è concluso più o meno così un caso di mediazione tra due vicini in Argentina. Una donna aveva denunciato il suo vicino perchè questi ostacolava i lavori di restauro nella casa di proprietà della donna e pare che fosse addirittura arrivato a minacciarla.

Le due parti in causa hanno accettato di partecipare ad una mediazione e proprio attraverso questa sono giunte all’accordo di “non generare o mantenere alcun tipo di contatto, né personale, telefonico, attraverso reti sociali o sms, né attraverso alcun altro canale esistente o futuro”.

Viene spotaneo chiedersi se questo accordo di mediazione possa ritenersi ben riuscito dal momento che la mediazione ha proprio l’obiettivo di ricreare e favorire il dialogo tra due fronti contrapposti.

È altresí vero che la mediazione sostiene le parti nella ricerca di soluzioni adatte alle loro necessità e mutualmente accettate.

In questo caso le parti in conflitto, che prima della mediazione non erano in grado di avere alcuna interazione senza escalazione di emozioni, sono riuscite a dichiararsi serenamente concordi nell’evitarsi.

E perché no?!